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Nella tarda mattinata di giovedì 19 ottobre 1944, la centralissima Via Maqueda a Palermo fece da scenario a quella che il grande storico siciliano Francesco Renda battezzò come «la prima grande tragedia dell’Italia liberata»: la sanguinosa “Strage del Pane”.

Una veduta d’epoca di Via Maqueda a Palermo

Quel giorno, un immenso corteo di madri, padri, operai e artigiani siciliani scese in piazza. Erano persone stremate dalla fame, circondate dalle macerie della guerra e devastate dalle ingiustizie del mercato nero. La folla si era radunata pacificamente nei pressi di Palazzo Comitini, all’epoca sede della Prefettura.

“Palazzo Comitini, allora sede della Prefettura e teatro del drammatico eccidio.”

La tensione era alle stelle, ma invece di aprire un dialogo per calmare la disperazione del popolo, il viceprefetto decise di rispondere con il pugno di ferro, ordinando l’intervento dei militari della IV Brigata Sicurezza Interna, appartenenti al 139º Reggimento fanteria “Bari”.

La mattanza dei “picciriddi” inermi

La repressione fu di una ferocia inaudita. I soldati non si limitarono a disperdere i manifestanti: fecero fuoco ad altezza uomo e lanciarono ben due bombe a mano nel cuore della folla ammassata.

I trenta secondi più lunghi della storia di Palermo lasciarono sul selciato un bilancio agghiacciante:

  • 24 morti ufficiali e 158 feriti documentati.
  • A questi, studi e testimonianze successive aggiungono almeno altri 14 deceduti per le terribili mutilazioni nei giorni seguenti.
  • Tra di loro c’erano moltissimi giovani e bambini (i nostri picciriddi), come il quattordicenne Andrea Oliveri. Sei dei bambini morti in ospedale non vennero mai inseriti nei conteggi ufficiali delle istituzioni.

Il legame con il separatismo siciliano

Quell’esercito rispondeva ancora formalmente ai comandi sabaudi dell’Italia badogliana. Per il popolo siciliano, quel giorno si spezzò definitivamente ogni legame di fiducia con lo Stato italiano, che smise di essere visto come un “liberatore” e tornò a mostrarsi come un oppressore straniero.

Il sangue innocente versato su via Maqueda si trasformò in rabbia identitaria, dando una spinta decisiva alla crescita del consenso per il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS) e accelerando l’arruolamento dei giovani nella lotta armata separatista dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia) fondato da Antonio Canepa.

Il processo farsa del 1947: l’ultimo oltraggio

La ferita, già enorme, divenne uno scandalo storico tre anni dopo. Per evitare disordini nella calda piazza palermitana, il processo fu spostato per “legittima suspicione” lontano dall’isola. Il 20 febbraio 1947 si aprì il dibattimento davanti al Tribunale militare di Taranto.

Alla sbarra sedevano un sottotenente, tre sottufficiali e 21 soldati. Quello che doveva essere un dibattito per fare giustizia si trasformò in una messinscena lampo durata appena due giorni.

Il 22 febbraio 1947, i giudici militari emisero la sentenza definitiva:

  1. Esclusero il decesso di due vittime dal computo poiché, secondo la corte, “non vi erano prove sufficienti” del legame tra la sparatoria e la morte in ospedale.
  2. Derubricarono l’accusa di strage a mero “eccesso colposo di legittima difesa”.
  3. Sostenendo l’assurda tesi che un plotone armato di moschetti e bombe a mano avesse dovuto “difendersi” da una folla affamata che chiedeva pane, la corte applicò l’amnistia politica del dopoguerra. Nessun militare scontò un solo giorno di carcere.

Una memoria che non si cancella

Per cinquant’anni lo Stato ha provato a far calare il silenzio su questa infamia. Solo nel 1994 una prima lapide ha trovato spazio nell’atrio interno di Palazzo Comitini. Successivamente, nel 2015, il Comune di Palermo ha affisso una targa in Vicolo Sant’Orsola.

Lapide apposta nell’atrio di Palazzo Comitini nel 1994 nel 50* anniversario
Il Municipio di Palermo, nel 2014, ha fatto affiggere una targa-ricordo in vicolo Sant’Orsola, ad angolo con la sede della Provincia, dove morti e feriti caddero a decine. 

A distanza di ottant’anni, la Strage del Pane non è più un segreto da nascondere, ma il simbolo del riscatto e della memoria di un popolo che non dimentica chi ha pagato con la vita il diritto alla dignità.

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Di siculomania.com

[Marco Lo Dico - www.siculomania.com] Cacciatore di storie, custode di memorie e innamorato viscerale della nostra terra. Scrivo per restituire voce ai protagonisti che hanno reso grande la Sicilia nel mondo, raccontando l'arte, la storia e la cultura dell'isola oltre i cliché. Perché la sicilitudine non è solo un'origine, ma una dichiarazione d'orgoglio e un modo fiero di guardare il mondo. 🔴🟡

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