#8luglio
L’ 8 luglio in Sicilia è storicamente legato ai tragici eventi del 1960, quando Palermo fu teatro di una sanguinosa rivolta popolare contro il governo Tambroni.
La CGIL proclamò uno sciopero generale che degenerò in scontri durissimi con le forze di polizia.
La repressione costò la vita a quattro manifestanti palermitani: Andrea Cangitano, 14 anni, Giuseppe Malleo, Francesco Vella, operaio edile di 42 anni e Rosa La Barbera, 53 anni, colpita mentre chiudeva la finestra di casa, morì il giorno dopo. Il giovane Giuseppe Malleo di 16 anni, si spense addirittura cinque mesi più tardi.
La protesta si inserì in un contesto di grave crisi economica e sociale. La manifestazione palermitana, animata da migliaia di persone nacque inizialmente per esprimere sdegno e solidarietà per i gravi scontri avvenuti a Reggio Emilia il 7 luglio, dove la polizia aveva sparato sui manifestanti uccidendo diversi operai.
Le proteste in quel contesto nacquero per la contrarietà verso il nascente governo Democristiano di Tambroni, ma con il sostegno del Movimento Sociale Italiano.
A Palermo, allo sdegno per i fatti di Reggio Emilia si unì la profonda rabbia dei ceti meno abbienti, dei disoccupati e degli operai delle povere borgate palermitane. La città viveva una fase di altissima disoccupazione e mancata tutela dei diritti dei lavoratori.
La manifestazione, inizialmente pacifica e guidata da esponenti sindacali come Pio La Torre, degenerò quando le forze dell’ordine caricarono improvvisamente il corteo ad alta velocità con le camionette. La violenta reazione causò la morte di quattro persone e il ferimento di decine di manifestanti.
La violenza della repressione a Palermo, sommata ai morti dei giorni precedenti a Reggio Emilia, Licata e Catania, generò un’ondata di sdegno insostenibile per il Paese.
L’evento contribuì in modo decisivo a isolare politicamente l’estrema destra e a dare il via alla stagione del centro-sinistra, mentre sul piano giudiziario si tradusse in una totale impunità per le forze dell’ordine e nella condanna di massa dei manifestanti.
Le conseguenze dell’eccidio dell’8 luglio 1960 a Palermo segnarono un profondo spartiacque sia per l’assetto politico dell’Italia repubblicana, sia per l’indirizzo della giustizia dell’epoca.
L’esecutivo democristiano perse ogni legittimità morale e politica. Di fronte al rischio di una guerra civile e sotto la forte pressione della parte più moderata e progressista della stessa Democrazia Cristiana (spinta da Aldo Moro), Fernando Tambroni fu costretto a dimettersi il 19 luglio 1960, appena undici giorni dopo i fatti di Palermo.
La caduta di Tambroni spianò la strada ai successivi governi di Amintore Fanfani e, nel 1963, al primo governo di centro-sinistra organico guidato da Aldo Moro con l’ingresso del Partito Socialista Italiano (PSI) nell’esecutivo.
Sul piano giudiziario, la magistratura dell’epoca adottò un approccio fortemente sbilanciato, volto a colpevolizzare esclusivamente la protesta sociale.
I processi lampo contro i manifestanti: Dei circa 370 fermati e 71 arrestati l’8 luglio, 53 manifestanti vennero rinviati a giudizio immediato. Il processo principale iniziò il 16 ottobre 1960 a Palermo e durò appena 12 giorni: si concluse con la condanna di tutti gli imputati a pene comprese tra i sei e gli otto mesi di reclusione per reati come radunata sediziosa e resistenza. Le condanne ressero fino in Cassazione.
Nelle motivazioni delle sentenze, i manifestanti (operai, edili e disoccupati delle borgate) vennero descritti come “teppaglia”, dipinti come soggetti incolti e privi di educazione, ignorando totalmente la matrice sindacale e il forte disagio sociale.
Nessun esponente della Celere o responsabile dell’ordine pubblico fu mai incriminato o processato per l’omicidio dei manifestanti e della signora La Barbera, che aveva tentato di chiudere le persiane per rifugiarsi in casa o per il ferimento delle decine di civili colpiti dalle armi da fuoco. Gli agenti che spararono non furono nemmeno ascoltati come testimoni.
Come da copione consolidato, per depistare l’opinione pubblica dalla brutalità della polizia, le autorità locali e la stampa conservatrice tentarono di diffondere la tesi secondo cui la rivolta non fosse politica, ma fosse stata sobillata dalla criminalità organizzata per scatenare il caos in città. Questa lettura venne ampiamente smentita negli anni successivi dagli storici e dai testimoni diretti.
La città ricorda ogni anno questi tragici fatti con cerimonie istituzionali e la deposizione di corone di fiori sotto le lapidi commemorative.

