
Il 1837 è rimasto impresso nella storia della Sicilia come un anno di terrore, dolore e sangue. Non solo per la devastante epidemia di colera che decimò la popolazione dell’isola, ma anche per i violenti moti insurrezionali che ne scaturirono contro il governo borbonico e il dominio napoletano.
A Catania, questo tragico capitolo della storia risorgimentale siciliana si concluse il 17 settembre 1837, giorno in cui vennero eseguite le ultime condanne a morte dei leader della rivolta, passati alla storia come i Martiri di Catania.
Il colera del 1837 e il sospetto degli “untori” borbonici
L’epidemia di colera che si diffuse nell’estate del 1837 non fece altro che esasperare un clima già teso. I siciliani nutrivano una profonda ostilità e diffidenza nei confronti del governo borbonico, colpevole di aver soppresso l’indipendenza del Regno di Sicilia nel 1816 per fondare il Regno delle Due Sicilie.
Dopo il primo grande tentativo insurrezionale del 1820, la fame di libertà era ancora viva. Quando il morbo iniziò a mietere migliaia di vittime, tra il popolo si diffuse rapidamente una teoria complottista: si pensava che il colera fosse in realtà un atto premeditato, un avvelenamento di massa orchestrato da Napoli tramite misteriosi “untori” per decimare i siciliani e soffocarne le spinte autonomiste.
L’insurrezione di Catania e il governo provvisorio
In questo clima di psicosi e rabbia, le città più colpite decisero di imbracciare le armi. Dopo Siracusa, Catania insorse il 29 luglio.
Il 1° agosto 1837 fu un giorno simbolico: la bandiera gialla della Sicilia venne issata sulla Cattedrale di Sant’Agata. Inizialmente la rivolta unì diverse classi sociali. Si formò un governo provvisorio a cui aderirono sia esponenti della borghesia intellettuale, come il giurista Salvatore Barbagallo Pittà, sia esponenti dell’aristocrazia, tra cui Antonino Paternò Castello di San Giuliano. La città si sollevò al grido unanime di:
“Viva Sant’Agata e viva l’Indipendenza!”
La spietata repressione del Marchese Del Carretto
La risposta del re Ferdinando II di Borbone fu immediata e spietata. Inviò in Sicilia un contingente di 4.000 uomini guidati dal feroce Marchese Francesco Saverio Del Carretto, ministro di polizia noto per i suoi metodi brutali.

Ritratto in bianco e nero del Marchese Francesco Saverio Del Carretto.
Il 5 agosto il tentativo rivoluzionario catanese venne definitivamente stroncato. A decretare il fallimento della rivolta fu anche il dietrofront e il tradimento di gran parte della nobiltà compromessa che, impaurita dalle conseguenze, cercò la via della mediazione o della fuga (come San Giuliano, riparato a Malta).
Oltre alle armi, Del Carretto usò l’umiliazione politica: come punizione per l’insubordinazione, Catania perse temporaneamente lo status di capoluogo di provincia, che venne trasferito alla fedele Acireale.
Il processo al Convitto Cutelli e le esecuzioni in Piazza dei Martiri
Il 20 agosto, all’interno del Convitto Cutelli, si celebrò un processo sommario davanti a una corte marziale speciale. La sentenza fu esemplare: condanna alla pena capitale per fucilazione per i capi della rivolta. I loro nomi erano:
- Salvatore Barbagallo Pittà
- Gaetano Mazzaglia
- Giuseppe Caudullo Guarrera
- Giacinto Gulli Pennetti
- Giovanbattista Pensabene
- Giuseppe Caudullo Amore
- Angelo Sgroi
- Sebastiano Sciuto

Le condanne vennero eseguite a scaglioni tra il 9 e il 17 settembre presso il Piano della Statua. Proprio il 17 settembre cadde l’ultimo dei condannati, il giurista Barbagallo Pittà, che affrontò il plotone d’esecuzione con straordinaria dignità patriottica.
In seguito, quel luogo di sangue e sacrificio venne ribattezzato Piazza dei Martiri, dove ancora oggi un monumento ricorda l’estremo sacrificio di questi patrioti che sognavano una Sicilia libera.


