
Sette giorni e mezzo: tanto durò la grande rivolta antisabauda scoppiata a #Palermo all’alba del 16 settembre 1866 e repressa nel sangue dal Regio Esercito agli ordini del Generale Raffaele Cadorna.
Un’insurrezione nata dall’unione tra i contadini dei paesi limitrofi e i popolani dei quartieri storici, che vide convergere ex garibaldini e clero, indipendentisti e nostalgici dei #Borbone, popolo e nobili.
Per sette giorni e mezzo le strade di Palermo fecero riecheggiare lo spirito ribelle del #Vespro. Una grande rivolta che, sedata anche a causa dell’assenza di una stabile guida politica, anticipò di 5 anni l’esperienza rivoluzionaria della “Comune” di #Parigi.
Tra le cause dell’insurrezione sono da annoverare il processo di “piemontesizzazione” giuridica e fiscale e l’introduzione della leva militare obbligatoria. A fare da innesco definitivo furono però le leggi eversive del patrimonio ecclesiastico, entrate in vigore proprio nell’estate del 1866.

L’esproprio dei beni della Chiesa e la cacciata degli ordini religiosi distrussero l’unica rete di assistenza sociale per i più poveri, privando migliaia di braccianti del lavoro della terra e lasciando la popolazione senza cibo né cure. La vendita all’asta dei beni sacri fu vissuta come un intollerabile attacco alla fede e un atto di sciacallaggio economico da parte del nuovo Stato.
A ciò si aggiungeva anche la rabbia per il poco rispetto mostrato dalle autorità sabaude nei confronti delle tradizioni legate al culto di Santa Rosalia, amatissima patrona cittadina. Simboli della rivolta furono non per caso la bandiera rossa e l’effige della “Santuzza”.
Il 18 settembre fu costituito il Comitato Rivoluzionario. A incarnare lo spirito di questa unione interclassista fu l’arcivescovo di #Monreale, monsignor Benedetto D’Acquisto, celebre filosofo e teologo, che accettò la presidenza del comitato insurrezionale monrealese con l’intento di fare da paciere, contenere le violenze e difendere la sua comunità dal vuoto istituzionale e dalle rappresaglie piemontesi.
Accanto a lui si schierarono numerosi esponenti della nobiltà, mentre segretario fu nominato il mazziniano e futuro anarchico Francesco Bonafede.

Dopo sette giorni l’insurrezione fu domata dalle truppe governative, ma Benedetto D’Acquisto fu arrestato. Il generale Raffaele Cadorna, inviato dal governo come regio commissario per reprimere la rivolta siciliana, nella sua relazione al Consiglio dei Ministri del 12 ottobre 1866, accusò D’Acquisto di avere incoraggiato il moto rivoluzionario e lo qualificò come “notissimo e pericoloso reazionario”. Fu rinchiuso in prigione prima a Monreale e poi in altre località .
La rivolta terrorizzò il governo italiano, che inviò a Palermo il Generale Cadorna con poteri straordinari. Fu dichiarato lo stato d’assedio: la città fu pesantemente bombardata dal mare dalla Regia Marina e stretta d’assedio dalle truppe di terra.

La rivolta fu definitivamente stroncata il 22 settembre con esecuzioni e fucilazioni sommarie. Il numero dei morti è rimasto imprecisato e mai chiarito, seguito da una devastante epidemia di colera che mise in ginocchio la città. Sull’episodio calò per decenni il silenzio della storiografia ufficiale, che tentò di liquidare l’evento come semplice atto di brigantaggio.

