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Un’antica veduta dello Stretto di Messina in una stampa dell’Ottocento. Questo braccio di mare fu lo scenario dei movimenti navali della divisione Cavaignac.

Il 18 settembre 1810, nella piccola località di Mili (Messina), i siciliani e le truppe alleate respinsero duramente lo sbarco delle forze franco-napoletane guidate da Gioacchino Murat, cognato di Napoleone Bonaparte e all’epoca Re di Napoli.

Gioacchino Murat, Re di Napoli e cognato di Napoleone Bonaparte, in un ritratto d’epoca. Fu il principale promotore del fallito tentativo di sbarco a Messina nel 1810.

Con questa straordinaria vittoria, la Sicilia si confermava come una delle pochissime terre d’Europa — al fianco dell’Inghilterra — capace di resistere all’espansionismo militare della Francia rivoluzionaria e napoleonica.

Il contesto: l’ossessione di Murat per la Sicilia

In quel periodo, quasi l’intera Europa continentale era sotto il controllo francese. La Sicilia, protetta dalla flotta britannica e rifugio della corte borbonica in esilio, rappresentava una spina nel fianco per l’Impero. Da tempo Murat anelava alla conquista dell’isola, considerata un obiettivo strategico fondamentale per il controllo del Mediterraneo.

Il 15 settembre 1810, il generale francese Grenier elaborò un piano d’attacco dettagliato che prevedeva tre obiettivi principali:

  • Prendere Capo Peloro, la punta estrema della Sicilia.
  • Sbarcare a Sant’Agata (contrada sulla costa a nord di Messina).
  • Risalire verso Curcuraci, con lo scopo di sbaragliare i contingenti inglesi alleati del Regno di Sicilia.

Mentre Grenier doveva impegnare le forze a nord, un altro generale agli ordini di Murat, Cavaignac, ricevette l’ordine di effettuare una manovra diversiva a sud, sbarcando tra Scaletta Zanclea e Santo Stefano Briga.

La notte del 18 settembre: l’attacco a Mili

Nella notte del 18 settembre, il piano originale venne in parte modificato. Approfittando dell’oscurità e delle correnti dello Stretto, le navi della divisione Cavaignac deviarono la rotta e puntarono direttamente sulla spiaggia della frazione di Mili.

La resistenza siciliana fu immediata e implacabile. I contadini del luogo e i miliziani locali imbracciarono subito le armi, affiancando i soldati britannici. Per le truppe murattiane la disfatta fu totale.

💡 Il retroscena: La tradizione locale racconta che i contadini e i pastori di Mili utilizzarono i loro tipici richiami e fecero abbaiare i cani da pastore per simulare la presenza di un esercito gigantesco. Questo stratagemma acustico scatenò il panico e la confusione tra i soldati francesi prima ancora del vero scontro a fuoco.

Il bilancio della battaglia e l’umiliazione dei francesi

Le perdite tra i difensori dell’isola furono minime, mentre il contingente invasore venne letteralmente annientato:

  • Inglesi: 3 feriti.
  • Miliziani e contadini siciliani: 1 morto, 1 disperso e 5 feriti.
  • Truppe franco-napoletane: Ben 795 soldati fatti prigionieri.

I prigionieri francesi furono obbligati a sfilare per le vie di Messina, esposti agli insulti e alla pubblica umiliazione da parte della popolazione locale, per poi essere trasferiti e imprigionati sull’isola di Malta.

La bandiera del reggimento napoleonico sconfitto venne inizialmente custodita come trofeo presso la Cattedrale di Messina. Oggi, quel prezioso e storico cimelio è conservato e consultabile presso l’Archivio di Stato della città dello Stretto, a perenne memoria della notte in cui la Sicilia si dimostrò inespugnabile.

La storica Piazza del Duomo di Messina in un’incisione d’epoca. Nella Cattedrale venne inizialmente custodita la bandiera sottratta al reggimento napoleonico sconfitto.

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