Relatrice: Dott.ssa Serena Milazzo
Evento: Festa dell’Identità Siciliana – Prima edizione Leonforte e Monti Erei
L’obiettivo del mio intervento è molto semplice: voglio offrire un contributo attivo al risveglio, alla riscoperta, alla valorizzazione della nostra coscienza identitaria, della nostra identità: quella siciliana. Ciò non può prescindere dalla rivitalizzazione del nostro idioma: il siciliano.
È necessario sfatare alcuni miti legati alla lingua siciliana e abbattere quei pregiudizi linguisticamente e culturalmente infondati che gravano su di essa, tra cui quello di definire il siciliano un dialetto rozzo, volgare, di cui vergognarsi.
Innanzitutto, il siciliano non è un dialetto della lingua italiana: definire il siciliano un “dialetto della lingua italiana” è un errore storico e scientifico.
La lingua siciliana è una lingua romanza/neolatina, dunque il siciliano e l’italiano sono lingue sorelle poiché entrambe sbocciate dalle ceneri del latino volgare.
Il siciliano non è la versione “bassa” o la “storpiatura” o la “corruzione” dell’italiano, ma è una lingua nobilissima che ha pagato il prezzo di vicende storiche avverse.
La lingua siciliana presenta caratteristiche sintattiche, morfologiche, fonologiche e lessicali peculiari, diverse dall’italiano e, a mio giudizio, particolarmente affascinanti.
Naturalmente, per ragioni di sintesi legate al tempo a disposizione per l’esposizione della presente relazione, non ci si propone l’obiettivo di analizzare né di illustrare in modo esaustivo tutte le caratteristiche linguistiche del siciliano; ci si limiterà pertanto a presentarne soltanto alcune.
Inoltre, prima di procedere con la presente relazione, è opportuno precisare che gli esempi, le parole e le frasi in lingua siciliana riportati di seguito hanno unicamente valore illustrativo, dunque non si intende in alcun modo mostrare o proporre standardizzazioni della lingua siciliana.
Sul piano fonetico e fonologico, il siciliano possiede foni distintivi che non esistono nella lingua italiana standard, come ad esempio la cosiddetta ‘d’ cacuminale (o retroflessa), un suono prodotto retroflettendo la lingua e “puntandola” verso il palato: è il suono delle ‘d’ presenti nelle parole iddu, cavaddu, sapiddu.
Dal punto di vista sintattico, la lingua siciliana si caratterizza per un ampio impiego di un tempo verbale che nella lingua italiana parlata tende invece a essere utilizzato con minore frequenza: il passato remoto. Nella lingua italiana orale, il passato remoto è un tempo dell’indicativo che generalmente viene utilizzato meno rispetto ad altri tempi verbali passati, come ad esempio il passato prossimo e l’imperfetto. Il passato remoto viene infatti usato per parlare di eventi accaduti in un passato – appunto – remoto, dunque quando si parla di avvenimenti storici o di illustri personalità del passato come scrittori, filosofi, scienziati vissuti anni o secoli fa.
Nella lingua siciliana, invece, il passato remoto è impiegato anche per riferirsi ad azioni e avvenimenti avvenuti pochi minuti (o secondi) prima rispetto al momento dell’enunciazione: «Dunni fusti?».
L’identità siciliana è profondamente radicata nella storia culturale dell’isola, e sono proprio le lingue le custodi più preziose e tangibili della memoria storica di un popolo.
Dal punto di vista lessicale, la lingua siciliana può essere vista come un vasto sito archeologico: operando uno scavo meticoloso tra i livelli sintattici, morfologici e lessicali di questo “terreno linguistico”, e superando i sedimenti moderni, emergono gli strati più antichi e vibranti, dove riaffiorano, intatte nella loro bellezza, le radici delle nostre origini.
Il siciliano è un meraviglioso mosaico, risultato di una sedimentazione linguistica millenaria!
Ciascuno di noi deve farsi protagonista di questo processo di rivitalizzazione e valorizzazione del siciliano: spetta a noi, in quanto siciliani, l’onere e l’onore di conferire alla nostra terra e alla nostra lingua la loro legittima grandezza e dignità, quella dignità che le sono proprie, che spetta loro di diritto, sottraendole finalmente alle maglie di un prolungato e, soprattutto, ingiusto oblio.
Giunti a questo punto, potrebbe sorgere spontanea una domanda: «Ma a mia chi m’ interessa di lu sicilianu? Chi m’interessa di tutta ‘sta quistioni linguistica?». Ebbene, questa domanda nasce, a mio avviso, da una tendenza viziosa che abbiamo un po’ tutti, ossia quella di dare per scontate proprio quelle cose uniche e meravigliose che da noi abbondano: più qualcosa è onnipresente, più viene data per scontata, diventa invisibile, eppure proprio quella stessa cosa, agli occhi di un turista, è una grande meraviglia! Questo succede, ad esempio, quando passeggiamo per le strade dei nostri paesi, e troppo spesso non ci rendiamo conto che siamo circondati da opere monumentali di rara e antica bellezza e di inestimabile valore.
E la lingua siciliana, purtroppo, è una di quelle meraviglie che non solo vengono date per scontate, ma che spesso vengono ingiustamente represse, maltrattate, rimproverate!
Quando viene detto ai bambini siciliani di non parlare siciliano, quando vengono rimproverati perché hanno detto una parola o una frase in lingua siciliana, non solo viene ingiustamente mortificata una lingua nobilissima, una lingua letteraria (il volgare siciliano è stato una delle prime lingue volgari neolatine a essere usata in modo prestigioso e letterario: basti pensare alla Scuola Poetica Siciliana fiorita all’interno della corte di Federico II di Svevia, al nostro ‘Notaro’ Jacopo da Lentini, al quale viene attribuita l’invenzione del sonetto!), ma si mette in atto qualcosa di ben più subdolo: viene intaccato lo sviluppo identitario del bambino!
Si viene a creare nel bambino un profondo “senso di vergogna” che non si limita alla lingua, ma pervade e intacca l’intera identità del bambino che, come tutti i bambini, inizierà a porsi delle domande: «Mi dicono che parlare siciliano è una vergogna… ma perché?… forse dovrei vergognarmi di questa lingua?… e forse dovrei vergognarmi anche di essere siciliano?» Ed è così che viene portata avanti, viene trasmessa di generazione in generazione una mentalità autolesionista, autodistruttiva.
La lingua siciliana va conosciuta, va parlata, va trasmessa ai figli, ai nipoti, e assieme ad essa non la vergogna, ma l’orgoglio! Dobbiamo crescere e formare generazioni di siciliani consapevoli e orgogliosi di esserlo! Dobbiamo essere orgogliosi della nostra identità e di essere figli della stessa terra che ha dato i natali ai più grandi letterati e filosofi di caratura mondiale: la Sicilia è la terra di Archimede, Jacopo da Lentini, Giuseppe Pitrè, Giovanni Verga, Leonardo Sciascia, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Andrea Camilleri, Ignazio Buttitta e molti altri.
La Sicilia è la terra di Luigi Pirandello, insignito del premio Nobel per la letteratura negli anni ’30 del secolo scorso. Una cosa che in pochi sanno di Pirandello, oltre al fatto che scrisse anche in siciliano, è che incentrò la sua tesi di laurea sul dialetto di Girgenti! Luigi Pirandello, annoverato tra le menti più fini e brillanti del secolo scorso, scrittore, drammaturgo, intellettuale, filosofo, tradotto e studiato a livello internazionale scelse come argomento per la propria tesi di laurea un dialetto della lingua siciliana: il proprio dialetto!
Ma ciò ‘ca fa arrizzari ‘i carni’ è che quando scrisse la tesi non si trovava né in Sicilia né in Italia… si trovava a Bonn, in Germania: nonostante la distanza dalla Sicilia e il tempo trascorso in Germania, nonostante gli studi universitari che indubbiamente aprono lo sguardo a nuovi orizzonti, e ancor più considerando il contesto di uno studente siciliano che negli ultimi anni dell’ Ottocento si reca a studiare in Germania, Luigi Pirandello continua non solo a pensare alla propria terra, ma anche a credere nel valore del dialetto di Girgenti, al punto da farne l’ oggetto della sua tesi di laurea che ebbe come titolo ‘Laute und Lautentwicklung der Mundart von Girgenti’ (in italiano si potrebbe tradurre come ‘Suoni e sviluppi fonetici del dialetto di Girgenti’).
Dunque, ritornando alla domanda “Ma a mia chi m’interessa di lu sicilianu?”, beh, come è emerso dall’esempio dei bambini siciliani, capiamo che l’identità di ciascuno di noi si fonda e si modella innanzitutto proprio sulla nostra lingua madre, quella soglia aurorale attraverso la quale abbiamo iniziato a nominare il mondo, ed in realtà viene plasmata da tutte le lingue (e da tutti i codici linguistici e comunicativi) che acquisiamo durante la vita!
Si pensi ai nostri nonni che, emigrando in Francia, in Germania, in Argentina, ecc, hanno imparato o meglio, hanno acquisito una lingua straniera, (infatti il verbo ‘imparare’ nell’ambito dell’acquisizione naturale della lingua è un termine improprio), e cosa succede quando si acquisisce qualcosa? Permetti a quella “cosa” di diventare parte di te, parte della tua identità!
Dunque, l’interesse per la lingua siciliana non è – e non deve ridursi a essere – un mero vezzo accademico, ma deve essere una nostra necessità: rivitalizzare il siciliano, restituire al siciliano la sua dignità e importanza, è nostro dovere perché essa è parte integrante della nostra identità.
Vorrei rendere questo “concetto”, ovvero il legame tra la lingua che parliamo e la nostra identità, più tangibile, e lo farò ponendo una domanda: vi è mai capitato, durante una conversazione in lingua italiana, di inserire all’improvviso una battuta, un intercalare, un’espressione in lingua siciliana? Io penso proprio di sì. Ma perché lo facciamo? Perché in quel momento sentiamo l’esigenza di “passare” al siciliano?
La risposta è: perché solo attraverso la lingua siciliana possiamo portare alla luce quelle parti della nostra identità che altrimenti rimarrebbero inespresse, silenti, represse, oppure, qualora quella stessa battuta venisse espressa in italiano, rischierebbe di perdere la sua “sostanza”, il suo calore, il suo colore, è come se, prima di essere trasmessa al nostro interlocutore, venisse impacchettata all’interno di un involucro neutro di formalità: solo se trasmessa in siciliano, quella battuta, riesce a scatenare nel nostro interlocutore una risata autentica, di cuore, che altrimenti, non ci sarebbe.
È il siciliano che ci permette di esternare quel lato accogliente, caloroso, colorato, solare, resiliente che costituisce la parte più intima e autentica del nostro essere siciliani!
Esiste una teoria che trovo estremamente affascinante, nota come teoria di Sapir-Whorf o teoria della relatività linguistica. In breve, secondo questa teoria, ogni lingua influenza il modo in cui percepiamo il mondo attorno a noi, il modo in cui pensiamo/riflettiamo e il modo in cui ci esprimiamo.
A mio avviso, è come se ogni idioma fosse detentore, portatore, promotore di una filosofia intrinseca che influenza il nostro modus pensandi, la nostra forma mentis.
Credo che ogni lingua possa essere vista come una grande, colorata e bellissima lente d’ingrandimento che decide quali dettagli mettere a fuoco e quali, invece, lasciare sullo sfondo a seconda: della propria storia, dei propri valori, della propria cultura, delle necessità di sopravvivenza legate, ad esempio, al clima e all’ambiente circostante in cui vive il popolo che parla una specifica lingua.
È come se ogni lingua e ogni cultura avesse una propria sensibilità, come se ognuna fosse in grado di vedere sfumature, sfaccettature dello stesso referente che magari altre non vedono e che dunque non sentono la necessità di denominare.
E forse è proprio per questo che per ogni singolo referente, lingue diverse presentano un numero diverso di lemmi usati per denominarlo: in altre parole, se una lingua possiede, ad esempio, dieci lemmi per riferirsi a un singolo referente e un’altra lingua invece ne ha solo uno, significa che, magari, la prima lingua e dunque la prima cultura riesce a vedere sfumature e sfaccettature di un determinato referente che la seconda ignora.
Ho avuto il privilegio di toccare con mano questa affascinante realtà linguistica e culturale confrontandomi, ad esempio, con la lingua tedesca: in siciliano abbiamo la parola nostalgia (dal greco nostos (ritorno) e algos (dolore)) oppure, a volte, usiamo la parola malinconìa che pur presentando sfumature di significato leggermente diverse, indicano entrambe un senso profondo di mancanza, un desiderio dolce amaro nei confronti di qualcosa o di qualcuno che è lontano nel tempo e/o nello spazio.
In lingua tedesca, invece, esistono diversi lemmi che si riferiscono a diverse sfaccettature di questo referente: esiste la parola die Nostalgie (la quale presenta lo stesso percorso etimologico della nostra nostalgìa), ma esiste anche Heimweh (nostalgia di casa), Fernweh (che possiamo rendere come ‘nostalgia dell’altrove’, simile a ciò che prova l’Ulisse dantesco, che dopo aver fatto ritorno al talamo di Penelope, a Itaca, non riesce ad accontentarsi della vita domestica e sente il bisogno di ripartire, di oltrepassare il limite del mondo conosciuto, dunque si imbarca in un nuovo viaggio che lo porta oltre le Colonne d’Ercole, dove muore, colto da una tempesta divina che si abbatte sulla sua nave), Sehnsucht (che potremmo tradurre come ‘nostalgia profonda, struggente nei confronti di qualcosa di ideale’) , Wehmut (un profondo senso di malinconia legata al passato e ai ricordi).
E dunque, tornando alla nostra splendida terra, la Sicilia, e alla lingua siciliana, mi piacerebbe concludere il mio intervento con una breve riflessione di natura comparatistica, interlinguistica e interculturale tra tedesco e siciliano: due lingue che apparentemente non hanno nulla in comune, ma che in realtà, possiedono una forza speculare e profonda.
La lingua tedesca è, a mio parere, una lingua che prende la nostra anima e la nostra mente e le porta in alto, verso un altrove temporale, spaziale, o verso le zone più remote e misteriose del nostro inconscio e dei nostri sogni: il tedesco è l’idioma dell’introspezione, è la lingua della psicoanalisi di Freud, della Traumnovelle di Schnitzler, dell’Unheimliche delle fiabe di Tieck, della filosofia di Nietzsche, dello streben del Romanticismo goethiano, che – a proposito del discorso relativo alla sensibilità intrinseca ad ogni lingua – non può essere reso in italiano come semplice ‘desiderare’ o ‘tendere’ verso qualcosa, ma si tratta di qualcosa di molto più profondo, di un anelito verso l’infinito, di un protendersi istintivo, irrazionale, instancabile, verso qualcosa di alto (e altro), verso una meta avvicinabile ma irraggiungibile che quando sembra poterla finalmente afferrare, è come se si sgretolasse tra le nostre dita.
E dunque: se la lingua tedesca è quell’idioma che ci porta lontano alla scoperta di zone remote e sconosciute sia verso il mondo esterno ed “estremo” (riferimento letterario all’opera di Ransmayr ‘Die letzte Welt’-‘Il Mondo estremo’) che verso l’interno, la lingua siciliana è la lingua della filosofia della resilienza, dell’esistenza presente, dell’hic et nunc: ‘u sicilianu è ‘na lingua ca ni pigghia fisicamenti e nni l’anima’ e ci ricorda che dobbiamo saper vivere il presente, dobbiamo imparare a godere in modo responsabile e resiliente l’attimo presente!
La lingua siciliana è la lingua del “futtitìnni”! Il nostro “futtitìnni” non è semplicemente una parola dal forte potere evocativo, è proprio un manifesto di resilienza tutta siciliana! Nel nostro ‘futtitìnni’ non c’è indifferenza, non c’è strafottenza, ma si tratta di un’accettazione saggia del panta rhei eracliteo, una forma arcaica e autentica di mindfulness ante litteram!
Ed è proprio nel mondo di oggi, in un mondo sempre più caotico e frenetico, un mondo che ci porta a proiettarci continuamente in modo patologico e ansiogeno nel futuro, che abbiamo bisogno di parlare la lingua siciliana, di conoscerla, di studiare le grandi opere letterarie ad essa legate e di trasmetterla alle nuove generazioni: il siciliano è una lingua che ci àncora al ‘qui e ora’, offrendoci così gli anticorpi contro le ansie della modernità.
Relazione: Festa dell’Identità Siciliana – Quarta edizione – Prima edizione Leonforte e Monti Erei
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