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Lu “curdaru” era l’artigiano che realizzava “corda”, di varia lunghezza e grossezza.

🧗‍♀️Per allestire le corde s utilizzava “la stuppa” cioè la fibra ricavata dalle piante di #agave, #canapa e #lino.
L’attività richiedeva molto spazio, e quindi la preparazione spesso avveniva in strada o comunque in luoghi all’aperto dove era possibile stendere i filati.
La lavorazione impiegava diverse maestranze che dovevano imparare a lavorare coordinando fra loro i movimenti delle mani e dei piedi.

👣Gli artigiani spesso operavano a piedi nudi, perche alcune manipolazioni necessitavano dell’uso delle dita dei piedi.
Per la lavorazione erano necessarie delle ruote, pulegge e delle grosse vasche spesso in pietra nelle quali venivano immerse le matasse dei filati.

Dopo la lavorazione delle singole fibre, queste venivano intrecciate per realizzare le corde delle dimensioni volute e poi poste a stendere per l’asciugatura.
Termini Imerese, era un paese particolarmente ricco di artigiani esperti in questa arte. Tale pratica si svolgeva nello spiazzo della marina nei pressi del ponte della ferrovia.

Le corde realizzate erano impiegate principalmente in agricoltura, nella gestione del bestiame e dalle marinerie locali e non.
Il detto “Jiri nnarreri comu lu curdaru” era dovuto ad una fase della lavorazione delle corde che prevedeva che il cordaio effettuasse dei movimenti all’indietro.
Per il cordame veniva usata la “Zabbara” (agave), una pianta grassa tipica del clima mediterraneo. L’agave è una pianta a foglie lunghe e carnose, dalle quali si ricavavano filamenti molto resistenti. “Lu zabbarinu”, con cui si otteneva spago per le corde di varie misure e la “curdina pi stenniri” per la massaia.

🪢Lo spago aveva diverse funzioni. Una delle più importanti era quella di riempire il ripiano dei sedili delle sedie e di creare le reti per il trasporto.

🪴Altra pianta impiegata allo scopo di ricavare le fibre necessarie alla realizzazione della corda era la pianta del lino. La pianta di lino era coltivata nel nostro territorio.

Per la realizzazione delle corde e la cardatura era necessaria molta acqua. Per tale motivo era un lavoro che si svolgeva sulle coste o sulle rive dei fiumi.

🍁Altra fibra impiegata era la canapa che però era prevalentemente di importazione dalle zone del napoletano.
Dalle fibre di canapa si realizzava “lu cannavazzu”, un tessuto rustico per confezionare sacchi di scarso valore e da ciò il detto “bannera di cannavazzu”.
Con le fibre meno adatte per le corde si preparava la stoppa che veniva utilizzata come guarnizione idraulica, come miccia per le artiglierie e gli ordigni esplosivi o come stoppino per “lu spicchiu” (lucerna) o per le candele.


Per intrecciare le corde, un ragazzo faceva girare una grossa ruota mediante una manovella. Il movimento della ruota attivava un’ altra ruota più piccola che aveva un uncino centrale (l’animmula) che girava velocemente tanto velocemente che vi era il detto “ Firria comu ‘n animmula”.
Il cordaio, tenendo le fibre vicino dall’uncino e camminando all’indietro, lasciava andare le fibre che teneva sotto il braccio che per l’effetto rotatorio delle ruote si intrecciavano divenendo corde secondo le dimensioni volute.


La procedura prevedeva secondo le fasi dai due ai tre operatori, ma era il cordaio che dirigeva i movimenti delle fibre che si andavano intrecciando ad essere essenziale proprio come un direttore d’orchestra, tanto che secondo il tipo di corda e dalla sua fattura c’era chi era in grado di riconoscere la mano del cordaro.

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