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Mentre i libri di scuola celebrano i grandi nomi del Risorgimento, le strade della Sicilia custodiscono il ricordo sbiadito di un uomo straordinario, nato dal nulla, che dedicò ogni singolo respiro alla causa di una Sicilia Libera e padrona del proprio destino: Giovanni Corrao.

Nato a Palermo nel 1822, Corrao non era un nobile intellettuale, ma un umile calafato del porto cittadino. Uomo del popolo, visse sulla propria pelle le miserie e l’oppressione del governo borbonico, maturando un ideale incrollabile: vedere la sua isola libera.

Dipinto che raffigura Corrao con la camicia rossa dei volontari garibaldini


La sua determinazione lo trasformò rapidamente in un formidabile organizzatore clandestino. Fu tra i più valorisi esponenti popolari della rivoluzione siciliana del 1848-49. Si distinse, a Palermo, nella giornata del 16 gennaio e nella successiva espugnazione del Castello a mare, ultimo presidio borbonico in città.

Anche a Messina compì atti di valore tali da meritare, il 23 settembte 1848, il grado di capitano d’artiglieria, per delibera della Camera dei comuni. Alla ripresa delle ostilità, nell’aprile 1849, Corrao fu tra gli ufficiali dell’esercito siciliano che mostrarono capacità militari e determinazione nel battersi, fino alla estrema resistenza tentata contro le truppe del generale Filangieri dal 7 al 9 maggio.

Ritratto di Giovanni Corrao

Ristabilita l’autorità regia in Sicilia, egli venne relegato nell’isola di Ustica, con provvedimento di polizia. Tentò una ingegnosa evasione e per tale motivo nel maggio 1852 fu rinchiuso nella più sicura cittadella di Messina.


Per anni conobbe la durezza delle carceri borboniche e i sacrifici dell’esilio. Nel 1858, rifugiatosi a Malta, strinse un patto fraterno con il nobile patriota Rosolino Pilo.
Insieme organizzarono un attentato contro Napoleone III nel marzo 1859, ma, giunto in Francia, per motivi imprecisabili, l’obiettivo fallí.

Rosolino Pilo, concittadino con cui Corrao iniziò una fitta corrispondenza epistolare


La storia li avrebbe ricordati come i “Dioscuri del Sessanta”, due anime opposte per estrazione sociale ma unite dallo stesso fuoco.
L’impresa dei Mille e il tradimento delle speranze
Nel marzo del 1860, Corrao e Pilo compirono un’azione leggendaria: sbarcarono clandestinamente a Messina ben prima dell’arrivo di Garibaldi.

Il loro compito era vitale: percorrere l’entroterra siciliano, accendere la rivolta tra i contadini e preparare il terreno per la Spedizione dei Mille.
Rosolino Pilo rappresentava la testa politica della rivolta, mentre Giovanni Corrao, rappresentava la testa e il braccio militare.

Quando Rosolino Pilo cadde in battaglia sulle alture di San Martino, Corrao non si arrese. Prese il comando delle forze insurrezionali e guidò l’ingresso trionfale dei garibaldini a Palermo, venendo promosso sul campo al grado di Generale.


Tuttavia, la “Sicilia Libera” sognata da Corrao non era quella che si stava materializzando sotto il centralismo sabaudo. Deluso dalle promesse tradite dal nuovo governo italiano verso le classi più povere e stanco di vedere i vecchi poteri riciclati sotto una nuova bandiera, Corrao rifiutò i fasti della carriera militare nell’esercito regolare per rimanere fedele al suo popolo.


Un finale avvolto nel mistero
Tornato a Palermo, Corrao divenne un elemento scomodo. Continuò a lottare e a cospirare, questa volta contro lo stesso Stato unitario, sognando una repubblica in cui la Sicilia avesse pari dignità e vera libertà.


La sua voce venne messa a tacere per sempre la mattina del 3 agosto 1863. Il Generale del popolo venne teso in un’imboscata e assassinato misteriosamente nelle campagne di Brancaccio, alle porte di Palermo.

I mandanti del delitto non vennero mai scoperti, sigillando il destino di un patriota coraggioso che aveva osato anteporre la giustizia sociale ai compromessi del potere.


L’omicidio di Corrao rappresenta uno dei primi omicidi irrisolti, nel quale i sospetti di un sodalizio fra il potere centrale e la mafia locale sembrano legate ad un filo. Il sospetto che la malavita locale sia stato e sia lo strumento di controllo del territorio al servizio di interessi esterni all’isola, inizia proprio con l’omicidio di Corrao, un anello di una lunga catena che si manifesta fino ai nostri giorni.


Oggi, le sue spoglie riposano nella prestigiosa Chiesa di San Domenico a Palermo (il Pantheon degli illustri di Sicilia), ma la sua incredibile epopea rimane ingiustamente un capitolo quasi dimenticato della memoria collettiva dell’isola.

📚 Consigli di lettura per approfondire:


Per ricostruire la vita e l’enigmatico omicidio di Giovanni Corrao, un punto di partenza imprescindibile è la voce biografica curata da Alfonso Scirocco per il Dizionario Biografico degli Italiani Treccani. Per comprendere invece il clima di profonda tensione sociale e la delusione post-unitaria in cui maturò il delitto, restano fondamentali i saggi storici di Salvatore Costanza (La patria armata. Ribelli e scontenti nel Risorgimento siciliano, 1989) e l’indagine storica di Salvatore Lupo (Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri, 1993), che inquadra l’assassinio del Generale nei primissimi e oscuri intrecci di potere della nuova Italia.

📝 Note all’articolo:


[1] A. Scirocco, Dizionario Biografico degli Italiani, per i dettagli sulla fitta corrispondenza clandestina a Malta.
[2] F. Crispi, I Mille, documenta minuziosamente le tappe dello sbarco anticipato dei due patrioti per sollevare le campagne.
[3] F. Brancato, La Sicilia nel primo ventennio dello Stato unitario, analizza la rottura insanabile tra i democratici garibaldini e i piemontesi.
[4] S. Lupo, Storia della mafia, evidenzia come gli atti sull’omicidio Corrao rappresentino uno dei primissimi casi storici di collusione e insabbiamento istituzionale nella Palermo post-unitaria.

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