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#25Aprile

Il 25 aprile, si celebra l’anniversario della liberazione di Milano dal nazifascismo, data che viene fatta coincidere con la liberazione d’Italia in generale. Celebrare chi si è sacrificato (partigiani e semplici civili), è sacrosanto. Onorare chi invece è stato sacrificato, lo dovrebbe essere altrettanto.

Già nel settembre del 1943, nei pressi di Siracusa, l’Italia rinunciava all’alleanza coi nazisti e firmava la resa con americani e inglesi. Fatto reso possibile perché la Sicilia da qualche mese subiva tremendi bombardamenti che culminarono con lo sbarco degli Alleati sulla costa di Gela. In quei giorni, quando i tedeschi erano ancora alleati dell’Italia si macchiarono di orrende stragi per punire chi si era sollevato contro di loro. Ad esempio, il 12 agosto del 1943, 16 persone morirono brutalmente a Castiglione di Sicilia dove ci furono anche 20 feriti e vennero presi 200 ostaggi, per vendicare – pare – un attacco subito un paio di notti prima in un accampamento nazista. Nel racconto “I tedeschi in Sicilia” del 1965, Sciascia volle ricordare che “la prima strage tedesca in territorio italiano, così come la prima insurrezione armata contro l’esercito nazista, si sono avute in questa parte dell’Italia, e mentre ancora i tedeschi erano alleati”. Eppure, disse Sciascia, pare che “il governo italiano non abbia avuto memoria … alacre per quanto riguarda l’eccidio di Castiglione, chiedendo l’estradizione o almeno la punizione dei responsabili”. Come se “quel che accade in Sicilia”, conclude Sciascia, “è cosa d’altro pianeta”.

Concludiamo ricordando l’altro, infame sacrificio per cui ancora la Sicilia sta pagando una tremenda cambiale di sangue, racket, sottosviluppo, ancora decenni dopo il 1943. E ancora Sciascia ce lo ricorda (nelle conversazioni con Domenico Porzio): “Gli americani arrivarono con l’elenco dei mafiosi in tasca. I sindaci di quasi tutti i paesi furono scelti tra i mafiosi”. Vantaggio ben lontano dall’essere perso, ancora oggi.

In Italia c’è ancora chi la liberazione la sta anelando.
Testo di Dario Vetrano


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