Dal terremoto del 1908 al furto degli Antonello nel 2026: come oltre un secolo di speculazioni, abbandoni e occasioni mancate rischia di cancellare la memoria storica e culturale dello Stretto. Dire che la vecchia Messina è stata distrutta solo dal sisma è una mezza verità. La vera scomparsa della città avviene oggi, ogni volta che l’uomo sceglie l’oblio e rinuncia a difendere il proprio patrimonio.
di Daniele Puglisi
C’è un pensiero che torna ogni volta che penso alla mia città, Messina deve scomparire. È naturalmente una provocazione. Non esiste, né avrebbe senso sostenere che esista, un unico disegno costruito nell’arco di oltre un secolo per cancellare la città. Eppure, mettendo uno accanto all’altro alcuni fatti della nostra storia recente, emerge una continuità difficile da ignorare: eventi diversissimi, naturali e causati dall’uomo, hanno prodotto nel tempo lo stesso risultato, impoverendo progressivamente il patrimonio storico, architettonico e culturale della città.
Messina ha conosciuto nella sua storia millenaria terremoti, maremoti, incendi e guerre. È stata distrutta e ricostruita più volte, e per secoli dopo ogni catastrofe è riuscita a rialzarsi conservando la propria identità. Ad un certo punto, però, questo meccanismo sembra essersi spezzato. Alla distruzione provocata dalla natura e dalla guerra si sono aggiunte le scelte dell’uomo.

Il 28 dicembre 1908 il terremoto e il maremoto devastarono Messina, provocando decine di migliaia di vittime e cancellando interi quartieri. Di fronte a una tragedia di quelle dimensioni sarebbe assurdo negare la necessità di demolizioni, messa in sicurezza e nuove regole antisismiche. Ma una convinzione andrebbe definitivamente superata: il terremoto non distrusse tutto. Una parte della vecchia Messina era ancora lì, gravemente danneggiata ma, in diversi casi, recuperabile. Palazzi, chiese, prospetti, portali, cortili ed elementi architettonici sopravvissero alla scossa. Negli anni successivi iniziò invece una vastissima opera di demolizione, nella quale vennero impiegate anche enormi quantità di esplosivo.

Gaetano La Corte Cailler, testimone diretto di quegli anni e profondo conoscitore della città, protestò più volte contro abbattimenti che riteneva evitabili. Molte demolizioni erano certamente indispensabili, ma non tutto ciò che scomparve dopo il 1908 può essere attribuito alla necessità. Dire semplicemente che “la vecchia Messina fu distrutta dal terremoto” significa quindi raccontare soltanto una parte della storia: una quota del patrimonio sopravvissuto alla catastrofe naturale fu successivamente cancellata dall’uomo. In quegli stessi mesi venne persino discussa l’ipotesi di non ricostruire Messina nello stesso luogo e anche la sopravvivenza dell’Università venne messa in dubbio. La città fu ricostruita, ma attraverso un modello urbanistico profondamente diverso e con una netta cesura rispetto alla Messina precedente.

Passarono appena trent’anni e arrivò una nuova distruzione. Tra il 1940 e il 1943, per la sua posizione strategica, Messina subì pesantissimi bombardamenti. La città appena ricostruita dopo il terremoto venne nuovamente devastata. Ancora una volta, però, non tutto scomparve. Ed è proprio ciò che avvenne nei decenni successivi a rendere questa storia più difficile da accettare: ciò che era sopravvissuto al terremoto e alle bombe dovette affrontare un terzo nemico, la speculazione edilizia.

Negli anni della ricostruzione e del boom economico altri edifici storici e architetture di pregio furono demoliti per lasciare spazio a nuovi fabbricati. Uno dei casi più emblematici è il Collegio Sant’Ignazio con la chiesa di Santa Maria della Scala, complesso progettato da Antonio Zanca e abbattuto negli anni Settanta nonostante proteste e richieste di tutela. Non lo aveva distrutto il terremoto del 1908, non lo avevano cancellato le bombe del 1943: lo distrusse una decisione dell’uomo. Ed è questa la differenza essenziale. Una città può essere impotente davanti a un terremoto o alla guerra; quando invece un edificio sopravvive alle catastrofi e viene demolito decenni dopo, non si può più dare la colpa al destino.


Ma il patrimonio di Messina non è stato cancellato soltanto dalle ruspe. Esiste una distruzione più lenta: l’abbandono. La Real Cittadella ne è forse l’esempio più evidente. Uno straordinario complesso fortificato, posto nella penisola di San Raineri, in uno dei luoghi storicamente più importanti dello Stretto, da sempre in condizioni di degrado.
La stessa domanda riguarda il Museo Regionale. Il MuMe custodiva Antonello da Messina, custodisce Caravaggio, Montorsoli, Alibrandi e un patrimonio straordinario di dipinti, sculture, reperti e frammenti provenienti proprio dalla città distrutta. In un certo senso il Museo conserva materialmente una parte della Messina che non esiste più. Eppure anche la sua storia è stata segnata da ritardi, difficoltà e occasioni mancate. Per arrivare alla nuova sede sono stati necessari decenni e un patrimonio di livello internazionale non è mai riuscito a diventare, per la città, quel grande motore culturale, identitario e turistico che avrebbe potuto essere.

Poi arriva il 2026. Lo Stato acquista un rarissimo Ecce Homo di Antonello da Messina e in città nasce la speranza che l’opera possa essere destinata al Museo Regionale. Antonello è nato qui, il MuMe conserva alcune delle sue opere più importanti e viene avanzata anche una richiesta per portare il dipinto nella sua città. L’opera viene invece destinata al Museo Nazionale d’Abruzzo dell’Aquila. Una scelta legittima, certamente, ma per Messina rimane un’altra occasione mancata per rafforzare il legame con uno dei più grandi artisti della propria storia.

E poi il 15 agosto 2026 accade qualcosa di ancora più grave: dal Museo Regionale vengono sottratte tre tavole del Polittico di San Gregorio e un’altra opera attribuita ad Antonello. Il valore simbolico dell’accaduto è enorme. Il Polittico era stato realizzato per Messina, aveva attraversato oltre cinque secoli di storia ed era rimasto nella città del suo autore. Era sopravvissuto al terremoto del 1908, alle successive demolizioni e ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Nel 2026 viene sottratto proprio dal luogo che avrebbe dovuto garantirne la protezione.
Adesso la priorità deve essere ritrovare le opere, comprendere esattamente cosa sia accaduto e accertare eventuali responsabilità e carenze nel sistema di sicurezza. Ma occorre anche impedire che questa vicenda possa diventare domani il pretesto per sostenere che il patrimonio messinese sarebbe più sicuro altrove. Ad oggi non risulta ufficialmente deciso alcun trasferimento delle opere del MuMe verso altri musei, ed è corretto precisarlo. Ma se una simile ipotesi dovesse essere avanzata, la risposta dovrebbe essere semplice: se il Museo di Messina non è abbastanza sicuro, si rende sicuro il Museo di Messina. Si investe in personale, tecnologia, videosorveglianza, sistemi antintrusione e organizzazione. Non si risolve un problema di sicurezza privando una città del proprio patrimonio.
È questo il filo che unisce vicende così diverse. Non occorre immaginare una regia occulta che attraversi oltre un secolo di storia. È sufficiente guardare i risultati: terremoto, guerra, demolizioni, speculazione, abbandono, ritardi e mancata valorizzazione hanno progressivamente impoverito il rapporto tra Messina e la propria memoria. La natura e la guerra hanno distrutto moltissimo, ma una parte di ciò che abbiamo perduto successivamente dipende dalle scelte degli uomini.
Per questo oggi non basta indignarsi per il furto degli Antonello. Bisogna cambiare il modo in cui Messina tratta ciò che resta della propria storia: recuperare la Cittadella, proteggere e valorizzare il MuMe, tutelare gli edifici superstiti e restituire dignità ai luoghi dimenticati. Una città non scompare soltanto quando vengono distrutti i suoi edifici. Scompare quando perde la memoria di ciò che è stata. Messina ha già perso troppo. Quello che è sopravvissuto deve finalmente essere difeso. #mume #messina #antonellodamessina

